|
Funziona così per me coi luoghi abbandonati, li osservo da lontano, per tanto tempo, immaginando cosa possono essere stati, da quali vicende sono stati attraversati, tragiche, liete, semplicemente quotidiane.
 foto: G. Bettini
Poi scatta l’urgenza di visitarli, di camminare dentro le case ormai invase dal bosco, di rintracciare qualche testimonianza di coloro che li abitavano. Ogni piccolo oggetto diventa oltremodo significativo, come se il fatto di essere rimasto lì gli desse il compito di raccontare una storia comune, di rappresentare un intero villaggio, una popolazione estinta.
Dagua è in Valmalenco, in Valtellina, sopra la frazione di Torre Santa Maria. Da sotto, visivamente, si percepisce questo grumo di baite, quasi inghiottite dal bosco ma fermamente decise a resistere unite alla corrosione del tempo. Però ce ne sono alcune più disperse, una in particolare, la più alta, sembra fiera del suo isolamento. Soltanto salendo lassù sarà possibile capire il perché…
Un giorno di fine estate sono riuscita a mettere piede nel villaggio abbandonato, dopo una discesa da Piazzo Cavalli tra rovi, sentieri che si riducevano a tracce nella vegetazione cresciuta anarchicamente, ruderi, e poche case rese di nuovo abitabili da nostalgici incalliti. Sicuramente molte vipere, ma nessuna interessata a noi quel giorno…

La sorpresa più grande è stata trovare un angolino curato al margine estremo di Dagua: prato tagliato, fiori, un’abitazione - se non ristrutturata - completa di tutto ciò che serve per una permanenza confortevole. L’autore di quel salvataggio non c’è ma dev’essere un tipo fuori dal comune, abituato al silenzio, alle notti piene di rumori misteriosi, ai sussurri di chi non c’è più ma non se n’è andato del tutto.
Che fascino trascorrere del tempo in un luogo così solitario, con un’unica casa abitata, e il resto del paese popolato solo di fantasmi. I fantasmi di un’epoca in cui le persone vivevano con poco, trascorrevano sere lente fra la stanchezza di un lavoro pesante e pasti frugali, frutto di magri raccolti. Niente televisione, pochi contatti sociali, molto tempo per stare con se stessi…
Devono per forza aver lasciato una traccia quelle anime semplici, e il loro operare senza altri obiettivi che quello della sopravvivenza. In pochi decenni il mondo è cambiato e il senso del legame con la terra è andato quasi del tutto perduto. Eppure le case diroccate di Dagua, come quelle di tanti altri piccoli agglomerati in rovina, testimoniano che i nostri presunti bisogni sono per la maggior parte totalmente indotti.
Si può vivere in un altro modo, e vagheggiare un ritorno all’essenzialità del passato può diventare il vero, assillante bisogno…
Roberta Folatti
(31 ottobre 2011) |