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Una ferrovia fantasma nell’entroterra siciliano, un altopiano fatto solo di rocce e praterie, un paesino calabrese dalla triste nomea, che forse per questo si nasconde nel folto del bosco.
 Foto: Wikipedia
Rovine, dimenticate, divorate dalla natura, trasformate dagli agenti climatici, e che proprio in ragione di questa loro decadenza si scoprono depositarie di indecifrabili segreti, incantando chi le sa “ascoltare”. “Le dimore del vento” è firmato dal giornalista e scrittore triestino Paolo Rumiz ed è uscito in allegato con La Repubblica.
Chi è affascinato da questi luoghi lo sa, entrare in una casa abbandonata, trovare tracce di un passato che si è consumato fra quelle mura – anche oggetti banali, quotidiani – regala un’emozione, un palpito. E’ come mettersi in contatto con un mondo invisibile che continua a esistere nella consunzione.
Paolo Rumiz è dal 2001 che racconta di viaggi e di luoghi. All’inizio, insieme a Emilio Rigatti e Francesco Tullio Altan, percorse in bicicletta i circa 2000 chilometri che separano Trieste da Istanbul. E poi ha affrontato viaggi in Topolino, in treni di seconda classe, in barca a vela alla ricerca di luoghi minori, di pezzi di storia dimenticati e nascosti.
Il suo film fa luce su località italiane che mai vengono citate, né in cronaca né tantomeno sulle riviste di turismo. Rocca Calascio in Abruzzo è forse la meno sconosciuta, insieme a L’Aquila e all’Asinara, ma è pur sempre un luogo abbandonato. A quasi 1500 metri d’altezza domina il territorio sottostante e la notte ha un’atmosfera speciale, come si narra con grande efficacia nel documentario.
Altre mete affascinanti sono la miniera di Brosso, in val Chiusella, nel torinese e la diga di Molare, una diga assassina che ora è stata “perdonata” dalla natura rigogliosa, che la sta risucchiando, trasformandola in qualcosa d’altro. In ogni luogo abbandonato, anche nell’hotel calabrese lasciato andare in rovina per questioni di malaffare, aleggia una domanda senza risposta, un senso di inquietudine, tracce di vita, di dolori e passioni, non ancora completamente estinte.
Chi sa coglierle, nel silenzio irreale che regna in questi posti, non potrà che arricchirsene…
Roberta Folatti
(29 settembre 2011) |