Basilicata: rapaci monitorati

 

Ne rimangono alcune coppie, che nidificano nel Parco e rappresentano una (parziale) garanzia di riproduzione della specie. Ma i bianconi, più comunemente definiti aquile dei serpenti, in Italia hanno ormai una distribuzione molto ridotta.

Essendo uccelli minacciati, è fondamentale apprendere quante più informazioni sulle loro abitudini migratorie, i pericoli che corrono, e più in generale sulla specie. Il Parco lucano in collaborazione con l’Osservatorio Regionale degli Habitat Naturali e delle Popolazioni Faunistiche, ha previsto un sistema di monitoraggio di questi uccelli attraverso tecnologia GPS/Argos. Si tratta  della prima ricerca in Italia che utilizza questo metodo.

Altri studi condotti a livello europeo su tale specie sono stati realizzati in Francia e Spagna e riguardano individui che seguono una rotta di migrazione molto meno interessante di quella dei bianconi italiani, in quanto l’attraversamento dello Stretto di Gibilterra è notevolmente meno complesso di quello del Mediterraneo centrale. Una volta individuati e “marcati” i singoli uccelli, essi saranno seguiti e studiati.

Spiega il Presidente del Parco Rocco Rivelli: “I dati di localizzazione e movimentazione dei soggetti potranno essere visualizzati e scaricati direttamente da internet e consentiranno ad esempio di valutare le rotte di migrazione utilizzate per attraversare il Mediterraneo e il Sahara, le differenze di strategia migratoria tra adulti e giovani, l’uso del territorio durante lo svernamento in Africa e la riproduzione in Basilicata. E poi sarà possibile fare un confronto fra i parametri di migrazione degli individui nati in Basilicata con quelli degli individui che migrano dalla Spagna, un verifica dell’eventuale sovrapposizione dei quartieri di svernamento tra individui italiani e spagnoli, valutando i tassi di mortalità e le relative cause”.

“L’Ente Parco, di concerto con il Dipartimento Ambiente della Regione Basilicata, intende tutelare con forza questi animali minacciati dal rischio estinzione” conclude Rivelli.

Roberta Folatti

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