Pizzo Badile, la via Cassin

“Il Badile è un trapezio di 3308 metri, un’elegante, immensa pala di granito” (F. Rho), la NE è una parete grandiosa con le sue impressionanti fughe di placche lisce, la via Cassin uno degli itinerari più belli e celebri delle Alpi.

1^ ascensione: Riccardo Cassin, Ginetto Esposito, Vittorio Ratti, Mario Molteni, Giuseppe Valsecchi 14-16 luglio 1937
Dislivello:850 metri circa
Difficoltà: TD con tratti A0, ED se in libera
Attrezzatura: via abbondantemente attrezzata, soste comprese; portare qualche dado e friends Guide e mappe:Badile, sogno nel granito, Renata Rossi, Ed. Albatros; Carta Nazionale Svizzera 1:25000 – Foglio 1296 – Sciora

Trucchi e trucchetti
Non esitare a partire presto per essere certi di attaccare la via appena fa chiaro e ricordarsi che a inizio stagione, o se si ritorna per i passi Porcellizzo e Trubinasca, un paio di ramponi leggeri, anche da mettere su scarpe basse, sono proprio comodi.
Via da non sottovalutare, non è difficilissima, ma lunga e nella parte terminale non sempre evidente. I camini alla fine delle difficoltà sono spesso bagnati e non sono superattrezzati soprattutto per chi non è abituato al terreno d’avventura.
Una volta raggiunto lo spigolo nord e poi la vetta valutare bene l’ora e il tempo necessario per la discesa; non è poi così male fermarsi per la notte nel bivacco che si trova proprio in vetta (anche se magari non si ha nulla da mangiare e poco da bere); solitudine, silenzio e tramonto da lasciare senza fiato sono garantiti.
Anche la discesa lungo la via normale va cercata e seguita con attenzione; un punto in particolare induce all’errore, quando bisogna svoltare decisamente a destra e salire lungo una cengia (ometto), mentre il terreno ti invita a continuare in discesa.

Un po’ di storia
Se lo spigolo nord del Badile ha da sempre attirato l’attenzione degli alpinisti tanto che già nel 1892 la grande guida svizzera Christian Klucker ne aveva tentato la salita, la parete NE sale alla ribalta della cronaca alpinistica a partire dal 1930 in piena conquista del 6° grado.
Il 16 luglio del 1937 Cassin, Esposito e Ratti, portandosi dietro i morituri Molteni e Valsecchi incontrati sulla parete, al termine di una giornata tempestosa e dopo due giorni di arrampicata raggiungono la vetta del Badile dopo averne percorso la grande parete.
La scalata di Cassin, all’epoca, supera ogni altra della zona per arditezza della concezione, lunghezza e complessità. Va messo in evidenza che la prima volta che questo dolomitista mette le mani sul granito, senza tante storie, vi apre una via di sesto grado e l’anno dopo si ripete salendo lo sperone nord della Punta Walker alle Grandes Jorasses. Grandissimo!
Per tanti anni è rimasta un vero banco di prova per grandi arrampicatori.
Per la seconda salita bisogna attendere ben 11 anni (1948) ed è bello che sia stata fatta dalla grande guida Gastone Rébuffat.
Dopo 4 anni, nel 1952, è un altro grandissimo, Hermann Buhl, a compierne la prima solitaria e assieme alla sua grande performance è divertente ricordare il suo involontario tuffo nelle acque del Inn; il viaggio di andata e ritorno da Innsbruck, Buhl l’aveva fatto in bicicletta, i mezzi di allora erano questi, altro che suv, e al ritorno vinto dalla stanchezza e dal sonno era finito fuoristrada.
Infine fra Natale e capodanno del 1967 P. Armando, C. Bournissen, G. Calcagno, M. Darbellay, A. Gogna e D. Troillet la salgono d’inverno in tredici giorni e in stile quasi himalayano: bel esempio di cordata internazionale (italiani e svizzeri), di reciproca fiducia, collaborazione e amicizia.

Nel dettaglio
Risalendo la val Bondasca le superbe pareti delle Sciore, del Cengalo e del Badile fanno capolino fra gli alberi del bosco. Lasciamo la macchina al termine della strada e ci incamminiamo verso la capanna Sasc Furà. Il sentiero sale ripido nel bosco e noi su con lo zaino in spalla, veloci, con la voglia di arrivare alla capanna e di guardare dal basso verso l’alto il profilo dello spigolo nord e della nordest.
Bella la Sasc Furà, in una radura in mezzo al bosco, sovrastata dall’imponente mole del Badile. Mi piace arrivarci presto per poter godere della vista, del sole, del profumo del bosco e di una fresca birretta. Durante la settimana il rifugio non è strapieno, qualche escursionista diretto al Viale, alcune cordate per lo spigolo nord e noi e altri due per la Cassin.
Cena alle sette e poi, dopo un ultimo sguardo al “fanciullone”, a letto quando fuori è ancora chiaro; ma domattina la sveglia suonerà proprio presto, anzi troppo presto.
Mi capita spesso, prima di una salita impegnativa, di avere il sonno non proprio tranquillo; penso al colatoio e al liscio camino sul fondo, sarà come sempre bagnato e scivoloso?, penso alla lunghezza della via, 30, 40 tiri, non finisce mai, penso a quando saremo fuori, in cima, magari dormiamo in vetta nel piccolo bivacco, uno spettacolo!
Poi piano piano mi addormento, ma ecco che sono già le tre, bisogna alzarsi e partire. Bevo solo una tazza di té, perchè il mio stomaco a quest’ora si rifiuta di funzionare. Mi stupisce sempre la capacità degli altri di mangiare come se niente fosse; una volta alla Mischabelhütte ho visto un signore farsi una zuppa con würstel alle quattro del mattino!
Alla luce delle frontali seguiamo la traccia che sale verso la parete prima nel bosco, poi fra massi e placche di granito; in tutti questi anni credo di non aver mai fatto la stessa strada, mi perdo sempre perchè mi lascio distrarre dalle stelle, dai profili dei monti illuminati dalla luna e dai profumi del bosco. Poi però un po’ “a naso”, un po’ a memoria riesco sempre ad arrivare alla sella da cui si innalza lo spigolo nord. Bella anche questa via, più facile della Cassin, ma che roccia, che vista sulle grandi pareti e quanti tiri, tutti divertenti!
Ora ci siamo veramente; scendiamo per facili roccette a raggiungere la cengia che si inoltra nel cuore della parete e la percorriamo a naso in sù per individuare le vie moderne tracciate sulla NE e in particolare “Paradise” via in placca, ben attrezzata a spit, che mi piacerebbe tornare a fare.
Ci leghiamo, calziamo le scarpette, appendiamo il materiale all’imbragatura, ma la staffetta resta nello zaino, meglio averla dietro, ma non si può sbandierarla ai quattro venti; e alla fine metto le mani sulla roccia.
Siamo dentro la grande parete; Cassin nel suo libro “Dove la parete strapiomba” la descrive così: “… la gigantesca muraglia si può dividere in tre parti: il primo terzo è costituito da lastroni inclinati, ripidissimi, la parte media ha un nero colatoio pressoché costantemente battuto dalle scariche, la terza parte è solcata da lunghi camini e colatoi paralleli …”.
E’ bella questa via, un po’ da cercare, soprattutto per chi, come me, non ci viene spesso, impegnativa da arrampicare e in un ambiente da urlo.
La roccia è fredda e presto le mani diventano insensibili; il trucco di abituarle gradualmente camminando, durante l’avvicinamento, con dei sassi freddi in mano non è malvagio, ma non da poi questi grandi risultati. Per fortuna fra poco arriva il sole e poi le difficoltà crescono gradualmente, tiro dopo tiro; sembra fatto apposta per permettere di scaldare non solo le mani ma anche la testa.
Si inizia con un gran bel diedro percorso da Rébuffat durante la prima ripetizione del 1948, difficile! Qualche tiro di grado 3 e 4, poi le difficoltà crescono fino al 5 e 5+ e oltre, se si arrampica in libera; superiamo un diedro grandioso con la parete destra strapiombante e arriviamo al primo bivacco di Cassin, un terrazzino protetto dagli strapiombi. Ancora qualche tiro facile per riprendere fiato e poi via un lunga sequenza di magnifiche lunghezze di corda tutte sostenute in diedri, fessure e camini e qua e là un breve strapiombo o un piccolo tetto.
Meravigliose sensazioni ed emozioni: si arrampica al sole e al caldo, gli zaini leggeri, il piacere di cercare sequenze di movimenti efficaci e armoniosi; lo sguardo, concentrato sul grigio granito alla ricerca degli appigli e appoggi giusti, spesso si sofferma su muschi e fiori dai colori intensi che riescono a vivere persino quassù oppure insegue verso l’alto le lisce placche fino a perdersi sulla cresta della vetta e nel cielo blu o ancora precipita verso il basso, con un tuffo al cuore, fin sul tormentato ghiacciaio del Cengalo. Avete mai provato a guardare in su e in giù ? ci si sente prendere dal vuoto e sembra quasi di volare; fatelo quando siete fermi in sosta o rischiate di perdere l’equilibrio.
Arriviamo al secondo bivacco Cassin a due terzi della parete dove è d’obbligo bere e mangiare, anche se sinceramente guardando sopra di noi il lungo e un po’ tetro camino finale (finale solo perchè poi finiscono le grandi difficoltà, ma non la via) lo stomaco tende a chiudersi. Il camino inizia stretto, liscio, spesso bagnato; non l’ho mai affrontato a cuor leggero e ho sempre avuto la sensazione di strisciare su per questo passaggio piuttosto che arrampicare come si deve. Poi diventa largo, articolato e molto ripido e suggerisce un’arrampicata fatta di grandi spaccate e di movimenti atletici.
Ora siamo sulle placche finali, poi sullo spigolo nord, così aereo fra le placche della NE e il vuoto della NO, e infine in vetta.
Bene, è fatta, ci abbiamo messo nove ore, un po’ lenti, ma ce la siamo goduta da matti e poi con il tempo splendido e le giornate lunghe non ci correva dietro proprio nessuno.
Ora grande dilemma: dormire nel piccolo bivacco in vetta godendoci un tramonto superbo e momenti di pace indimenticabili o scendere alla Gianetti a festeggiare con un gran piatto di pasta e un bicchierone di rosso?

Cesare Cesabianchi

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